Ultimamente mi chiedo spesso cosa sia la normalità, e perché debba per forza venire associata allo squallore o alla banalità. Io non faccio mica eccezione, anzi; sono la prima a storcere il naso davanti alle consuetudini più o meno comuni. Ma mi sono anche un po’ stancata di questo mio atteggiamento…non voglio più ripudiare qualcosa solo perché la fanno tutti, perché so che io la farò sempre in modo diverso. Presunzione? Forse. Ma all’improvviso l’idea, ad esempio, di sposarmi e avere figli non mi fa più rabbrividire. Non ho detto che mi piaccia, ma non mi fa neanche poi così schifo. Mi rendo conto che la mia opinione sul matrimonio è stata condizionata dalla norma imperante per cui “prima o poi” si debba compiere il grande passo. Beh, e che c’è di male?
Voglio dire, non servono grandi cose per renderci felici. Se la quotidianità ci sfianca, non è colpa della routine, è colpa nostra che non troviamo più chiavi di lettura alternative allo squallore, e ci facciamo sopraffare dal lato prosaico delle cose.
Non ho mai avuto grandi sogni da realizzare, un po’ per mancanza di coraggio forse, un po’ per la tendenza a vivere e a pensare solo all’oggi. Ma nella mia ricerca, magari un po’ passiva, della felicità, vedo la normalità come una grande conquista. Sorrido all’idea di condividere con qualcuno, ancora non meglio specificato, la fila del supermercato, la pizza surgelata la domenica sera, una serata estiva in terrazza, una festa di compleanno in giardino, una passeggiata sotto la pioggia, un rifornimento di benzina, una sosta notturna all’Autogrill, un viaggio in treno, il caffè della mattina, una birra al pub, il tè caldo quando hai la febbre.
Se vi viene voglia di andare in uno di quei centri commerciali progettati da architetti megalomani, non andateci.
Lo sapevate che in questi non-luoghi c’è un altro sistema temporale? Lì, infatti, l’estate dura pochi giorni, e adesso è già finita. Non cercate un paio di scarpe estive. La scritta “Prezzo speciale, ultimi numeri” all’inizio vi alletterà, ma ben presto scoprirete che il “prezzo speciale” non è poi così speciale, e che gli “ultimi numeri” sono un 35 e un 36. Roba che neanche una marziana sottosviluppata potrebbe indossare. Adesso riesci a spiegarti perché un’orda di ragazzine isteriche indossa quelle scarpe già da marzo. Tu le avevi prese per pazze, invece sono dei geni. Battere tutti sul tempo, questo è il segreto. Sandali a marzo. E vai.
Mi rassegno e passo oltre. Entro nell’ipermercato (e il prefisso “iper” è un blando eufemismo, credetemi). Mi accoglie una sfavillante quarantenne, bionda da far paura, clownescamente truccata e agghindata. Per tener fede al suo ruolo di promoter mi propone di acquistare un cofanetto di shampoo, bagnoschiuma e affini. “C’è una promozione” mi fa. “Acquistando bla bla bla bla…riceverà in omaggio bla bla bla…”.
La guardo con occhi di sfida. Dentro di me penso alle migliaia di volte che quell’impeto parlantino e meccanico mi ha convinto a tirar fuori dei soldi per roba che non ho mai usato. “Non m’interessa, grazie” rispondo ferma. “È sicura?” mi dice lei come se avessi rifiutato un viaggio spesato intorno al mondo. Sapevo che avrebbe tirato fuori l’arma dell “È sicura?”, perché vuol farti sentire scema. Maledetta, non mi avrai. Non mi farai sentire come se stessi abbandonando un cane sull’autostrada.
Ce la faccio e passo oltre.
Alla cassa mi accorgo che il cestino degli acquisti è protetto elettronicamente dal furto. Ora, a parte il fatto che credo che a nessun individuo con un quoziente intellettivo superiore a 5 verrebbe mai in mente mai di rubare un cestino della spesa, la cosa che più mi infastidisce è l’opinione che si fanno di te a priori. Vieni a comprare da noi. Ti puoi fidare di noi. Noi di te, invece, non ci fidiamo. E ti crediamo psicotico! Pago, sorrido, ed esco.
La coincidenza (o il diabolico progetto di qualcuno, sono sicura) vuole che oggi si festeggi il 7° anno della nascita di questo mostro. Una finta torta di 7 piani (come gli anni compiuti no? Scema io a non pensarci…), grande più o meno come un bilocale, troneggia davanti all’ingresso di un altro negozio, dove sfortunatamente devo entrare. Su un palco allestito per la felice occasione, perfetti sconosciuti salgono nell’imbarazzo generale a sostenere provini di ambizione artistica (leggi: barzellette) davanti alla massa brulicante di curiosi e parenti, rossi in volto per l’emozione (o per la vergogna di avere parenti così difficili da gestire, propendo a pensare).
L’annuncio dall’altoparlante ricorda alla “gentile clientela” (è ovvio che io non sia annoverata in questa folla di beoti) che in diverse vetrine si possono ammirare manichini viventi. Mi volto: una ragazza in vetrina, espressione assente e fisico perfetto, sorride indossando un abito in vendita nel negozio mentre la gente la fotografa.
Sul manichino sono d’accordo. Vivente mi sembra una parola grossa.
Per fortuna nel frattempo ho già esaurito i miei compiti, e, riuscendo maldestramente ad evitare un coniglio gigante che vuole offrirmi del Nesquik, mi dirigo verso l’uscita. Ed ecco che mi si presenta davanti l’emblema del millennio: un bambino cinese che chiede eccitatissimo un palloncino al pagliaccio del Mc Donald’s, umanizzato per l’occasione. Prevedo terremoto in Cina.
È Mao Tse Tung che si rivolta nella tomba.
Prima di aprire questo blog non mi ero mai resa conto della pochezza di cose che ho da dire.
Non c'è più quella grazia fulminante,
ma il soffio di qualcosa che verrà.
(Sandro Penna)
Grazie, per un attimo avevo avuto l'impressione di essere unica.
Fermiamo questo duello infame, questa lotta ad armi impari.
L’unico scudo che ho è il tuo, e non mi serve.
Io voglio essere io, anche senza di te, e tu me lo impedisci.
Al liceo l’ora di filosofia a volte si trasformava in un dibattito aperto: si sceglieva un tema filosoficamente pertinente e ognuno esprimeva le proprie opinioni a riguardo. Mi sembrava l’approccio azzeccato per la materia. Pensai, e lo penso ancora, che in fin dei conti non ha senso studiare Socrate se prima non si riflette sul concetto di ignoranza. Ebbene, quello era il periodo di Epicuro. Le “Lettere sulla Felicità”: un librettino di carta sottile e ruvida, tascabile. L’abbiamo avuto tutti. Costava 1000 lire e il titolo prometteva bene.
Comunque, perdonatemi l’abominio sinottico, il senso del libro si reggeva sul concetto di atarassia come unico mezzo per il raggiungimento della felicità. Una ricerca ostinata della privazione emozionale. Disfarsi volontariamente dei sentimenti. Distacco dalle cose.
Tanto per non smentire la presuntuosa impulsività dei diciottenni, mi avventai frettolosamente nel giudicare tutto ciò “una cazzata”.
Dopo 9 anni mi chiedo: e se non lo fosse? Non è forse lecito chiedersi se le emozioni forti (come l’innamoramento, la più estrema delle emozioni) ci rendono più forti o più vulnerabili? Personalmente, mi disarmano. All’improvviso è come se mi calasse davanti agli occhi una di quelle cartine colorate delle caramelle, e così il mondo mi appare tutto giallo, o tutto rosso, o tutto blu. In ogni caso, niente è più uguale a com’era prima, nel bene e nel male. Mi basta poco…una parola, uno sguardo serio, un sorriso, un’espressione buffa o stranita, e tutto si costruisce e crolla, si crea e si distrugge, vive e muore, si slancia verso il cielo e ricade verso il basso….si alimenta della stessa cosa che potenzialmente può ucciderlo…
Credo di essere disposta a soffrire, e a rischiare, per avere tutto questo.
It feels so good to feel again.
Lascio l’atarassia agli Epicurei, e dico loro che non li invidio.
Apprendo da Studio Aperto (lo so, lo so, ma il telecomando era troppo lontano) che oggi è iniziata la campagna elettorale di Forza Italia.
Oggi?
Mi godo un glorioso tramonto. Intanto, ti aspetto.
Le temps le plus important c'est la première fois
Le temps le plus important c'est la deuxième fois
Et après ça le troisième fois
Et on recommence
J'ai perdu les habitudes de ma jeunesse
Et je me sent desunis et à part de ma propre histoire
Et on recommence
(Blonde Redhead)
Sabato scorso, complici il bel tempo e la voglia di stare all'aria aperta, ho chiesto ad un mio amico di insegnarmi ad andare sui rollerblade. Visto che è una delle tante cose che non so fare, mi è sembrato il caso di provarci. Presa dall'entusiasmo iniziale, ho finito per comportarmi come faccio di solito quando inizio qualcosa di nuovo e non ci riesco, cioè come una bambina di 5 anni che, dopo essere caduta dalla bicicletta, si ostina imbronciata a non risalirci. Melodrammatica. Arrogante. Insopportabile. Seduta in mezzo al viale alberato, coi pattini in mano. Le caviglie doloranti. Lo spirito a terra, e il culo anche.
Comunque, per ricambiare l'infinita pazienza che il mio amico ha dimostrato nei confronti di un comportamento così infantile, ho pensato: e io potrei insegnargli a....ehm....a.....ah, sì, dunque, ecco, a .... a fare che?? Cosa so fare? C'è qualcosa che so fare, e bene, che non sia ereditato o dono di natura? Ragazzi, l'horror vacui non è una bella sensazione. Scorrevo mentalmente il file attitudini/hobby, con risultati inutili. Vuoto. Ma, come accade nei film, arriva il prezioso strumento del flash-back.
Flash-back n.1: Marzo 2000. Che bello, una chitarra classica come regalo di compleanno. Brava mamma. Imparo gli accordi principali, quasi tutti maggiori. Evviva, so suonare. Ooops, ci sono anche le quinte. Gli arpeggi. Sarebbe meglio imparare il solfeggio, mi dice il mio ragazzo di allora. Cosa??? Il solfeggio??? Mi ribello. "La tecnica è la morte dell'arte" sentenzio. Io non potevo imparare il solfeggio. Io volevo essere Jimi Hendrix.
Flash-back n.2: Ottobre-Dicembre 2001. Corso di fotografia. Il primo e ultimo rullino con macchina reflex della mia vita. Io non posso perdere tempo a sentir parlare di tecnica. Io volevo essere Ghirri.
Flash-back n.3: Estate 2003. Inizio a dipingere. Da sola. Ma non inizio da mani, piedi e nature morte. No. Io volevo essere Pollock. Le prime e ultime tele della mia vita. Caro il mio amico, dovrai accontentarti: non posso insegnarti niente, tranne l'incostanza.
Ultimamente mi muovo in quel territorio pericoloso che va dalla delusione del "nulla" al (seppur magro) traguardo del "qualcosa". Mi scopro impotente di fronte alla mancanza di sostantivi sufficientemente efficaci allo scopo. Lo scopo in questione, per inciso, è quello di definire un rapporto, che poi non so se è un rapporto. Un qualcosa, che poi non so se è un qualcosa. Gli Inglesi, che spocchiosamente si vantano di avere una parola per tutto, sostengono che il nostro vocabolario sia lacunoso. Probabile. In fin dei conti, si creano neologismi ogni giorno.
E allora mi chiedo: come si può definire qualcosa che è più di niente e meno di qualcosa?
Ora io credo che, nonstante le molteplici e insistenti discussioni che li vogliono sempre diversi e costantemente in conflitto, uomini e donne siano quasi uguali. Non vi arrabbiate, ho detto quasi. Pensateci. Stereotipi e peculiarità escluse, i nostri comportamenti hanno subito negli anni una tale trasformazione che, da opposti, ci ha avvicinati: le donne con l'emancipazione (era l'ora..); gli uomini, invece, hanno perso il fascino (...) rude e risolutore, tipico del capofamiglia, e si sono, diciamo così, rammolliti. Donne mascoline e uomini femminili? Forse. Ma che banalità. Ma in linea di massima, le donne hanno acquisito capacità decisionali tipicamente maschili, mentre gli uomini si sono limitati a sfuggire dalla responsabilità ed ad assumere come scudo le loro paure. Eccola qua la loro "evoluzione". E sono molto più sprovveduti. Paralizzati. Cristallizzati in un bozzolo di romanticismo congelato che non si evolve mai.
Come per tutto il genere umano, anche gli uomini si dividono in due categorie: gli stupidi e gli intelligenti. Gli stupidi non si accorgono di niente. E neanche gli intelligenti. Solo che questi ultimi anelano all'Amore, lo cercano e lo vogliono, ne fanno un valore...e poi non si accorgono se una fa gli occhi dolci. O fanno finta?
Va da sé che la situazione attuale è fatta di donne in cerca d'amore, uomini stupidi che non lo vogliono, e uomini intelligenti che lo vogliono ma non se ne accorgono.
Mi domando, e vi domando, come sarebbe il mondo se tutti, donne incluse, fossimo un pochino più poetici? Il romanticismo è veramente morto?
E comunque, per restare in tema col titolo del post, sono giunta alla conclusione che uomini e donne siano diversi fondamentalmente in due cose: la prima è che non sentirete mai una donna dire "Ho paura di riinnamorarmi, ho sofferto e quindi voglio stare da sola per il timore di soffrire di nuovo". Macché, noi siamo delle kamikaze del sentimento. Sfracellamenti cardiaci garantiti. La seconda è che l'uomo, quando si alza al mattino, ha la stessa faccia che ha il pomeriggio, mentre noi donne siamo livide, gonfie e tumefatte anche dopo un sonno di 10 ore sotto l'effetto della camomilla. Misteri.
Ah, dimenticavo, questo è il mio primo post. Benvenuti.